CANTIERE. MATERIA VIBRANTE

Le metafore architettoniche e il mondo operaio sono il punto-base da cui prende
avvio un grande viaggio tessuto, in trame strette, alla vita in senso ampio.
La mostra Cantiere. Materia vibrante, articolata in quattro macro-sezioni (Cantieri nel
mondo, VIVRE: tra spazi abitativi e relazioni umane, CILS: per un’immaginazione del
reale tra gusto e lavoro, C-Paisagens: nuove visioni) restituisce una ricerca artistica
ventennale, creando una narrazione dinamica e coabitativa. L’esposizione, pensata in
forma di cantiere e contenitore di habitat, spazia dal comfort tattile di un interno
domestico fino alla durezza del luogo di lavoro, creando un cortocircuito tra opera e
spettatore. Francesco Meloni utilizza diversi medium, testimoniando una forte
attitudine alla libera ricerca filosofica; fotografia, pittura, installazione, scultura,
performance e musica si fondono tra loro e giocano a oltrepassare i propri limiti
formali, restituendo opere ibride che parlano il linguaggio della mente viva del
mondo.
L’habitat costruito diviene manifestazione fisica del cantiere inteso come specchio
dell’esistenza. Dalle fotografie documentaristiche fino alle ultime tegole/totem, le
opere sono oggetto tangibile di finissimi studi concettuali sulla realtà e sulle
dinamiche umane. Come se l’operaio, dall’alto delle tegole azzurre del suo cantiere,
potesse cogliere l’essenza e la bellezza della vita.

 

Ripensare il Cantiere come metafora del mondo.

Le metafore architettoniche e il mondo operaio sono il punto-base da cui prende avvio un
grande viaggio tessuto, in trame strette, alla vita in senso ampio.
La mostra Cantiere. Materia vibrante, articolata in quattro macro-sezioni, restituisce una
ricerca artistica ventennale, creando una narrazione dinamica e coabitativa.
L’esposizione, pensata in forma di cantiere e contenitore di habitat, spazia dal comfort tattile
di un interno domestico fino alla durezza del luogo di lavoro, creando un cortocircuito tra
opera e spettatore. Francesco Meloni utilizza diversi medium, testimoniando un’ attitudine
alla libera ricerca filosofica; fotografia, pittura, installazione, scultura, performance e musica
si fondono tra loro e giocano ad oltrepassare i propri limiti formali, restituendo opere ibride
che parlano il linguaggio della mente viva del mondo. Non si riesce a porre un’etichetta alle
opere che sfuggono ad ogni tentativo di definizione netta; eppure, questa caratteristica di
volatilità non intacca la forza di un linguaggio concettualmente strutturato.
La selezione fotografica è dedicata ai cantieri visitati in giro per il mondo – serie iniziata nel
2003 – dove operai e architetture in costruzione prendono la forma di un grande organismo
vivente osservato da ogni angolazione e, soprattutto, vissuto fisicamente dall’interno. Da
Cagliari – paese di nascita dell’artista – fino alle Hawaii, Vietnam, Dubai, Brasile, Taiwan, Cina,
Filippine, Senegal, Capo Verde, Marocco, New York: si tratta di scatti che si pongono quali
oggetti di studio ripetuti come un mantra, nelle loro naturali variazioni antropologiche: esiste
un vero confine tra costruttore e costruito? Il cantiere si carica qui della forza dell’operaio che
estende il sé nell’habitat.
Si passa a VIVRE tra spazi abitativi e relazioni umane, progetto del 2022, in cui il cantiere inizia
a destrutturarsi e i moduli costruttivi (blocchi di cemento) diventano oggetti sintetici entro cui
incanalare il cantiere-tutto; i Block, numerati, hanno inserti di stoffe morbide, stencil grafici. Il
cemento crudo viene trasformato in una forma in grado di contenere una varietà di elementi
che hanno l’aria di esplodere rumorosamente nello spazio. L’altra faccia della ricerca sul
Block prende forma in CILS: per un’immaginazione del reale tra gusto e lavoro, progetto del
2023. Qui l’artista sviluppa un discorso immaginifico e racconta la storia di due operai che,
durante la pausa, assaporano una caramella immaginando di trovarsi a capo di una grande
azienda di lecca-lecca; l’opera si trasforma in oggetto scenografico, in un cantiere
immaginato. E se fosse testimonianza di un altro modo di vivere la vita operaia? Tra le ciglia
si immagina una seconda possibilità, nel grande spazio che si cela nell’espressione “e se…”.
Assecondare un viaggio onirico significa ascoltare la necessità fisiologica di sopravvivenza
mentale. E quando si riaprono gli occhi ed è finita la pausa?
C-Paisagens: nuove visioni, serie di opere del 2024/2025 tuttora in corso, lascia intravedere la
seconda possibilità, un paesaggio puro ed essenziale: soli, montagne, tegole tendono ad un
racconto più che mai universale, fatto di pochi segni.
Studiare i meccanismi del cantiere permette a Francesco Meloni di studiare i meccanismi di
vita: il sistema cantiere si allarga a macchia d’olio su tutta la superficie della realtà,
trasformando il mondo in una grande paesaggio in costruzione. L’alienazione non riguarda
solo le dinamiche strettamente legate al lavoro ma parla del senso del tempo vissuto, che
spesso scivola via in gesti ripetuti e ritmi imposti. La chiave di lettura delle opere è
relazionale. Ovvero “Il cantiere è il luogo in cui il corpo dell’uomo si misura con la resistenza della
materia e la vastità dello spazio, ma è anche il luogo in cui emergono gerarchie, alienazioni,
speranze collettive”. È il luogo “dove ci si incontra, in cui si collabora, dove ci si abbraccia. Tra
struttura e sovrastruttura, tra materia e spirito, il cantiere diventa metafora”, afferma l’artista.
Una linea pedagogica si inserisce coscientemente in un linguaggio che oscilla tra estetica ed
etica, creazione e formazione; ogni gesto artistico porta con sé un valore formativo che apre
a spazi di pensiero, immaginazione e libertà. Una sensibilità all’educazione, dunque, che
guarda al processo piuttosto che alla forma chiusa-in-sé. All’arte come strumento per lo
sviluppo della propria persona e come dispositivo attivo d’apprendimento del mondo, tra
sensorialità e sguardo critico. L’habitat costruito diviene manifestazione fisica del cantiere
come specchio dell’esistenza. Dalle fotografie documentaristiche fino alle ultime
tegole/totem, le opere di Francesco Meloni sono oggetto tangibile di finissimi studi
concettuali sulla realtà e sulle dinamiche umane, sempre memori di un del velo giocoso e
profondo al tempo stesso. Gli elementi vengono rielaborati, sezionati senza l’attaccamento
materiale all’oggetto in sé. Il risultato è un’opera d’arte che si sviluppa attorno alla libertà di
pensiero critico sulla condizione umana.
L’arte diventa il mezzo che svela, creando uno spazio fenomenologico in divenire. È un
rincorrersi di modalità percettive. Sono opere che hanno l’attitudine a mutare e ad essere
veicolo di apertura, sfumate nella loro tensione di ambiguità viva. Il percorso espositivo si
adatta concettualmente a questo modo di fare esperienza, aperto e potenziale: angoli di
mattoni e cemento contrapposti al verde rigoglioso, visione organica del Cantiere inteso
come materia viva.
Quella di Francesco Meloni è una ricerca artistica che non segue solo una linea di sviluppo
ma si apre a radice, mantenendo viva la compenetrazione – per niente scontata – tra arte e
vita. Parla di mondo attraverso il mondo operaio, centro e limite del discorso
contemporaneamente. Nei colori accesi e nei materiali industriali c’è la bellezza della
resistenza – forza creativa che plasma il senso del tempo, rendendolo campo d’applicazione
relativo e malleabile – ma anche la durezza legata a filo stretto alla gioia di vivere.
Solitudine e coabitazione, operaio e artista si fondono completamente. Sono opere che
hanno armonia musicale, radicate in una filosofia che apre al pensiero di Vacuità e
interconnessione.
Come se l’operaio dall’alto delle tegole azzurre del cantiere potesse cogliere l’essenza e la
bellezza della vita.

Jasmin Prezioso

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